ANNO VIII - NUMERO 1 - 15 GENNAIO 2021

Il Dispositivo di Protezione Mentale

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di Andrea TRESPIDI

 

Sono iniziate le vacanze estive e parchetti e oratori si sono animati di bambini e ragazzi in festa e genitori e nonni alle prese con la gestione del tempo di questi primi giorni di fine scuola.

Son tornati di moda gli skateboard, arrivati per la prima negli anni 80 ora sono più piccoli e molto più veloci. Molto veloci. Mentre mio figlio saliva e scendeva dagli scivoli guardavo uno dei novelli skater, avrà avuto sei o sette anni, aveva tutte le protezioni possibili immaginabili, casco, ginocchiere, gomitiere, guanti high-tech. Il punto è che andava come un dannato, cadeva anche spesso, ma ogni volta che la mamma gli intimava “vai piano!”, “stai attento!” lui rispondeva sempre “ma mamma, ho tutte le protezioni, anche se cado non mi faccio niente!”.  E la mamma pur preoccupata per le sorti del suo piccolo fenomeno trovava argomenti per ribattere e così il bimbo correva e cadeva, correva e cadeva, e lei non poteva certo spogliarlo delle protezioni per indurlo a rallentare. Incredibile, pensavo. Le protezioni non servono per abbattere la soglia di percezione del pericolo, anche se piccoli non si possono solo vestire come robot e non formare.

Vicino a lui c’erano altri bambini alle prese con gli skate, qualcuno già abile, qualcuno stava imparando, qualcuno con un caschetto ma ancora molti, quasi tutti, senza nulla di protettivo.

Mentre il mio Matteo scendeva la ventesima volta dallo stesso scivolo ho provato a immaginarmeli un po’ tutti come potevano essere da grandi, magari a un corso sulla sicurezza…

Ho visto tante scenette in quel mezzo pomeriggio. Il bambino con i dispositivi di protezione che lo rendevano invincibile mi è decisamente rimasto impresso. Il beneficio che questi possono introdurre si rivela addirittura controproducente, dovrebbero proteggere rispetto a un evento indesiderato e invece erodono il margine guadagnato abbassando la percezione del rischio e favorendo l’evento. Poi è difficile farglielo capire quando è grande, mamma, se gli compri le protezioni e poi lui si sente superman, non sei un formatore efficace!

Un altro bimbo non aveva nulla addosso di particolare. Almeno a prima vista, perché di fatto aveva addosso il papà! Incollato a lui centimetro dopo centimetro. Era un magnete sulla sua ombra. Questo bimbo non è mai caduto, però non ha nemmeno imparato ad andare in skate. Nessun progresso. Un piede, un passo, un metro, fermo. E guardava il papà. Sembrava gli venisse paura per induzione, un genitore in perenne e vigile rincorsa. Pensavo, va bene i controlli, va bene vigilare, ma questa rete di protezione è fin troppo ingombrante, che senso ha la giornata se poi non c’è progresso, se poi non impara. In effetti questo bimbo a pensarci non l’ho mai visto sorridere in tutto il giorno. Ma se non farsi male vuol dire non giocare, non infortunarsi vorrà dire non lavorare, non può esser questa la strada.

Ero decisamente interessato a guardarli tutti questi bambini, alla ricerca del comportamento educativo che potesse essere la chiave giusta per la porta della sicurezza. Ed ecco una bambina con i rollerblade. Con il nonno a fianco, sorridente, incoraggiante e di poche, pochissime parole pronunciate sempre a bassa voce. Ha sfilato da una borsa un caschetto rosa, la bimba si è guardata un po’ in torno e ha detto “Nonno io sono brava sai, questo serve per imparare”. “Tutti possono cadere, anche chi è già bravo” ha risposto. “Ma vedi che loro non ce l’hanno?”. Eccola lì, ho pensato. Tipico dei bambini. Ma il nonno ne aveva dalla sua: “Sono loro che devono prendere esempio da te, non tu da loro.”  Detto, fatto. Poco dopo quando un suo mio amichetto è caduto l’ha avvicinato e gli ha detto “Ma tu non ce l’hai il casco? Se picchiavi la testa ti portavano al pronto soccorso!”

Se li cresciamo con questa mentalità da grandi non gli dovremo insegnare nulla sulla sicurezza. Non gli dovremo insegnare noi, perché lo hanno già fatto altri. I genitori, le famiglie. Sono loro i Leader più efficaci in assoluto, quello che si impara in famiglia si porta per la vita. Non serve metter mano al portafoglio per comprare delle protezioni alla moda se sono solo per la nostra coscienza e non per la loro salute, non serve correre come pazzi per prenderli al volo quando cadono per poter dire se si fa male che abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere. Questi sono i comportamenti da evitare, questa non è leadership. Può bastare anche solo un casco se il principale dispositivo di protezione che si indossa è quello mentale. Mi piace questo termine, DPM, dispositivo di protezione mentale, penso che possa riassumere in un sol colpo attenzione, concentrazione e consapevolezza. Solo un leader può insegnare a utilizzare un dispositivo di protezione mentale. Un leader non è solo quello che tutti dovremmo aspirare ad avere ma quello che tutti dovremmo aspirare a essere. Dovremmo allenarci maggiormente alla leadership, nella vita e nel lavoro. Ogni giorno i nostri figli, i nostri bambini, cercano nei loro genitori un leader.

 

Foto: fonte http://assets.vg247.com/

Safety Focus – Anno III – Numero 7 – 15 Giugno 2016

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