di Maria Carmela Bonelli
C’è una forma di cronaca che non passa dai numeri né dai comunicati ufficiali. È quella che attraversa le parole, scava nelle immagini, si ferma sui dettagli che nessun report riesce a raccontare. La poesia Ombre di normalità di Yuleisy Cruz Lezcano nasce esattamente in questo spazio: tra la notizia e la coscienza collettiva, tra il fatto di cronaca e la responsabilità morale che ne deriva.
Il testo è dedicato a Giovanni Cosci, operaio di 78 anni morto mentre stava riparando un letto in una RSA. Un episodio che, come molti altri incidenti sul lavoro, rischia di scivolare via nell’indifferenza quotidiana. La poesia sceglie invece di fermare il tempo, di costringerci a guardare.
Il titolo è già una denuncia: Ombre di normalità. La scena si apre in una “camera d’attesa”, dove il tempo “si piega sulle ginocchia vecchie” e il corpo porta addosso il peso di “settantotto anni”. Non c’è eroismo, non c’è retorica: c’è la fatica di una vita di lavoro che arriva fino all’ultimo gesto, quello che precede la tragedia.
Il corpo dell’operaio diventa metafora di un sistema che consuma: “pistoni schiaccianti”, “ossa schiacciate”, “il suolo castigato”. Immagini dure, quasi meccaniche, che trasformano l’uomo in ingranaggio. È qui che la poesia smette di essere solo lirica e diventa atto politico: mostra la violenza strutturale che si nasconde dietro l’abitudine, dietro il “si è sempre fatto così”.
Uno dei versi più potenti è quello che inchioda il lettore a una responsabilità collettiva:
“Non si vede più che il profitto / mentre l’uomo soffocato / dai rantoli scompare.”
In poche righe si concentra un’accusa che va oltre il singolo incidente. Il lavoro continua anche quando il corpo non regge più, quando l’età rende più vulnerabili, quando la sicurezza diventa un dettaglio sacrificabile. La morte non è raccontata come fatalità, ma come conseguenza di una scelta di priorità: produrre, riparare, far funzionare. A ogni costo.
Yuleisy Cruz Lezcano chiarisce il senso profondo della poesia: non solo cronaca, ma memoria, empatia, monito. Ombre di normalità vuole dare voce a “tutte le morti silenziose che colpiscono uomini e donne oltre una certa età, ancora attivi e vulnerabili”.
Il punto non è soltanto l’età avanzata, ma la condizione di fragilità che si intreccia con il lavoro: chi continua a lavorare per necessità, per dignità, per abitudine. Chi diventa invisibile proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di protezione.
In un tempo in cui gli incidenti sul lavoro rischiano di essere ridotti a statistiche, questa poesia compie un gesto controcorrente: restituisce carne, respiro, volto alla vittima. Le “costellazioni nebbiose” e le “ombre silenziose” che restano alla fine del testo sono ciò che rimane dopo ogni tragedia dimenticata: tracce sbiadite nella memoria collettiva.
Con Ombre di normalità, Yuleisy Cruz Lezcano trasforma un fatto di cronaca in un atto civile. La poesia non consola: disturba. Non chiude la ferita: la tiene aperta, perché diventi domanda.
Fino a quando continueremo a chiamare “normalità” ciò che, in realtà, è una catena di responsabilità mancate?
Ombre di normalità
diYuleisy Cruz Lezcano
Tutto è in una camera d’attesa,
le briglie del rosario sgranano
settantotto anni,
e il tempo si piega
sulle ginocchia vecchie,
sul respiro pesante
di chi ha dato troppo.
Tra polsi rugosi e sospiri
pesa il piombo delle lancette
e la rete dei fiori di ghiaccio
sulla pelle congelano
fibre di elementi paralizzati
su due occhi stanchi.
Sotto il letto cerca il guasto,
disteso tra pistoni schiaccianti
che lo travolgono.
Il corpo pare una corolla di budella
sul riflettore che mette un mare
di colpe nella nebbia.
Le ossa schiacciate
si contraggono contro
il suolo castigato.
Non si vede più che il profitto
mentre l’uomo soffocato
dai rantoli scompare.
Restano costellazioni nebbiose,
ombre silenziose
abbandonate sulla mimica ingrigita
che riga il viso pagato di livore.
Safety Focus – Anno XII – Numero 5 – 23 febbraio 2026



