di Maria Carmela Bonelli
Ci sono testi che non si limitano a raccontare un dolore, ma lo rendono visibile, concreto, quasi respirabile. È il caso di Vascello di giorni interrotti, la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano nata dal ricordo di Enrico Matera, giovane operaio di 29 anni di Andria, scomparso tragicamente mentre lavorava. Non è soltanto un componimento dedicato a una vittima del lavoro: è una presa di coscienza, una ferita aperta che attraverso i versi diventa memoria civile e richiamo collettivo alla responsabilità.
La poesia si muove dentro un paesaggio di assenza. Fin dai primi versi, “Un pugno chiuso trattiene la polvere”, la materia del dolore appare fragile e definitiva insieme: la polvere diventa ciò che resta, ciò che non si riesce più a trattenere, ciò che testimonia la frattura improvvisa tra la vita e il vuoto. Non c’è enfasi retorica, ma un linguaggio che sceglie immagini nette, essenziali, per raccontare il momento in cui tutto si spezza. “Uno stelo si è inclinato appena” suggerisce proprio questo: la tragedia può nascere da un istante minimo, da un cedimento quasi invisibile, da quella normalità apparente dietro cui si nasconde il rischio.
Ed è qui che la poesia assume una forza che supera il lutto individuale. Quando scrive “La fiducia si consuma in abitudine / e l’abitudine lascia entrare il vuoto”, Yuleisy Cruz Lezcano tocca uno dei nodi più profondi del tema della sicurezza sul lavoro: la pericolosità dell’assuefazione, del gesto ripetuto, del rischio che smette di essere percepito perché diventa routine. Il dramma non viene presentato come fatalità, ma come conseguenza possibile di una distrazione collettiva, di una sottovalutazione, di una superficie “che finge sostegno”. In questi versi si sente tutta la gravità di una denuncia silenziosa ma fortissima.
Il cuore più struggente del testo, però, è quello che porta il lettore dentro ciò che resta dopo la morte: non solo il ricordo di un uomo, ma l’assenza concreta di un padre. “Un uomo è un padre perso / negli occhi innocenti / in una mano piccola / che stringe l’aria come fosse mano” è forse il passaggio più devastante dell’intera poesia, perché sposta lo sguardo dalla vittima a chi continua a vivere senza di lui. In quella mano piccola che cerca il vuoto c’è tutto il peso di una perdita che non può essere compensata. C’è un bambino che crescerà “attorno a un’ombra”, costruendo il volto del padre attraverso i racconti degli altri, senza poterlo davvero conoscere. La tragedia del lavoro, così, si rivela per ciò che è davvero: non un numero, non una notizia destinata a svanire, ma una frattura che attraversa il tempo, la famiglia, la comunità.
La forza di Vascello di giorni interrotti sta proprio in questo: nel rifiuto di lasciare la morte dentro il perimetro freddo delle statistiche. La poesia restituisce un nome, una presenza, una storia. E soprattutto restituisce dignità al dolore di chi resta. In un Paese in cui troppo spesso le morti sul lavoro vengono assorbite dal flusso delle cronache quotidiane, questi versi obbligano a fermarsi. A guardare. A sentire. A capire che dietro ogni operaio che non torna a casa ci sono stanze vuote, giorni che non accadranno, figli che imparano l’assenza prima ancora delle parole.
L’opera di Yuleisy Cruz Lezcano si inserisce così in uno spazio raro e necessario: quello della poesia civile che non rinuncia all’emozione, ma la mette al servizio di una verità più grande. Vascello di giorni interrotti non cerca consolazione facile, non addolcisce la ferita, non alleggerisce il peso della perdita. Fa qualcosa di più importante: rende visibile l’invisibile. Mostra il prezzo umano della mancanza di sicurezza sul lavoro e trasforma il ricordo di Enrico Matera in un monito che riguarda tutti.
Per questo questa poesia non parla solo di morte. Parla di responsabilità. Parla di attenzione. Parla del dovere morale e sociale di proteggere la vita di chi lavora. E ci ricorda, con una dolcezza durissima, che ogni volta che la sicurezza viene trascurata non si spegne soltanto un’esistenza: si interrompe un intero futuro.
Vascello di giorni interrotti
di Yuleisy Cruz Lezcano
Un pugno chiuso trattiene la polvere,
granelli minimi, già eterni,
dove il dolore impara a respirare
e la morte passa, sospinta dal vento.
Uno stelo si è inclinato appena,
così cedono le cose vive,
e in quell’attimo sottile e netto
i petali, nell’aria, metro a metro
-dispersi-
Un uomo è già urlo che cade
tra gesti che tornano senza più sguardo.
La fiducia si consuma in abitudine
e l’abitudine lascia entrare il vuoto.
Basta un passo non visto,
una superficie che finge sostegno,
e la morte prende ciò che trova.
Un uomo è già un ricordo che frulla
un vascello che gira senza rotta,
carico di stanze vuote,
di giorni che non accadranno.
Un uomo è un padre perso
negli occhi innocenti
in una mano piccola
che stringe l’aria come fosse mano.
Un uomo è padre che non c’è
in un futuro che cerca
il suo volto nelle cose.
Si cresce e un bambino crescerà
attorno a un’ombra
che non riesce a tornare.
Ci sarà un nome che non risponde,
una voce imparata dagli altri,
un ricordo costruito piano
con racconti e assenze
che non colmano
la fame di presenza e verità.
Safety Focus – Anno XII – Numero 9 – 2 aprile 2026



