Mario Stigliano smonta la sicurezza di facciata: carte perfette, formazione “fantasma” e la verità che esce davanti alla macchinetta del caffè
Se vuoi fare sicurezza in cantiere, “le carte non servono a nulla”: la frase d’apertura è volutamente provocatoria, ma il bersaglio non è la documentazione obbligatoria. Nel podcast, Mario Stigliano chiarisce subito il punto: le carte diventano inutili quando sono solo facciata, quando POS, DVR, checklist, consegne DPI e formazione sono perfetti nel formato ma non rispecchiano la realtà operativa. È lì che nasce la frattura più pericolosa: un “cantiere sulle carte” ordinato e inattaccabile e un “cantiere dei lavoratori” fatto di abitudini, pressioni, scorciatoie e silenzi.
Per capire quale delle due realtà sia quella vera, Stigliano sposta l’attenzione lontano dagli uffici e vicino alle persone: la verità, dice, la senti parlando con gli operai. E per farlo usa un indicatore semplice e rivelatore, quasi simbolico: la macchinetta del caffè. È lì, davanti a un espresso, che molti lavoratori si aprono e raccontano ciò che nei documenti non entra: se l’azienda fa sicurezza davvero o se sta solo “mettendo fumo negli occhi” di chi controlla.
Dalla macchinetta del caffè emergono esempi concreti e ripetuti. Il primo è la formazione “fantasma”: corsi che “risultano fatti” ma non hanno cambiato nulla, oppure non sono mai stati seguiti davvero. “Tanto l’escavatore lo so usare” è la giustificazione tipica, legata all’esperienza e alla confidenza, ma l’episodio insiste su un dettaglio che può decidere un esito: la cintura di sicurezza su escavatori e muletti. Una cosa banale, quotidiana, eppure così spesso disattesa da richiedere richiami continui in cantiere. La sicurezza vera, in questa prospettiva, non vive nei timbri ma nei micro-comportamenti.
Da qui il salto al tema centrale: il safety washing. Stigliano lo definisce come l’equivalente, nel mondo HSE, del greenwashing: slogan, manifesti, eventi, comunicazione e “giornate della sicurezza” che fanno apparire l’organizzazione pulita e virtuosa, mentre sotto la superficie restano procedure non applicabili, documenti scollegati dal lavoro reale, corsi costruiti per “coprirsi” e non per prevenire. Anche il safety day, racconta, può diventare parte del problema quando si riduce a rituale: il management parla di valori dall’alto, spesso in giacca e cravatta, mantenendo una distanza simbolica dagli operai in tuta, e la sicurezza si trasforma in narrazione invece che in scelta quotidiana.
Il punto di rottura, però, arriva sempre quando accade un incidente: “la verità viene fuori” e ciò che prima sembrava una scorciatoia diventa un boomerang. Nel podcast viene richiamato il caso ThyssenKrupp a Torino, con un focus netto sul messaggio gestionale: in tribunale emerse la mancata manutenzione dei presidi antincendio. Poche migliaia di euro risparmiate, una tragedia, famiglie devastate, un impatto mediatico enorme e la chiusura di una fabbrica. È l’esempio usato per ricordare che certe “economie” non sono risparmi: sono debiti che prima o poi qualcuno paga.
“Se vuoi fare sicurezza in cantiere, le carte non servono a nulla… quando sono solo di facciata e non rispecchiano la realtà.”
E quel “qualcuno”, nel racconto, non è solo chi lavora in prima linea. Quando esplode il caso pubblico, a finire in prima pagina sono i vertici: chi guida l’organizzazione, chi decide tagli e priorità, chi spinge (anche indirettamente) a “risultare a posto”. Stigliano collega questo meccanismo anche a un altro fattore spesso taciuto: il ricatto lavorativo. Dietro molti “sì” c’è la paura di dire “no”, perché un rifiuto può significare esclusione, perdita del posto, isolamento. È una catena di conformismi e pressioni che rende il safety washing un fenomeno collettivo, ma con responsabilità che ricadono soprattutto su chi governa.
La conclusione è un avvertimento e insieme una proposta: il safety washing può sembrare conveniente nel breve, ma nel lungo periodo produce danni d’immagine e reputazione e può avere risvolti civili e penali. Per evitarlo serve un approccio strategico alla sicurezza: una visione che parte dai manager e diventa scelte coerenti, controlli reali, investimenti, presenza in campo e cultura operativa. È la linea che Stigliano dice di sviluppare anche nel libro Sicurezza strategica, ribadendo che solo dopo la “sicurezza strategica” arriva la “sicurezza operativa”, quella dei fatti. Il monito finale resta appeso come una sentenza: un attestato falso può costare carissimo, fino alla galera.
“La verità la senti dagli operai… spesso davanti alla macchinetta del caffè: lì capisci davvero com’è un’azienda.”
Safety Focus – Anno XII – Numero 5 – 23 febbraio 2026



