di Mario Stigliano
Nelle ultime ore stanno circolando sui social alcune grafiche che invitano chi scende in strada a “prepararsi alla piazza” con un vero e proprio decalogo: dal kit medico personale ai dispositivi di protezione, fino a indicazioni su come affrontare situazioni di stress e possibile esposizione a irritanti. Il materiale, rilanciato anche da TorinoCronaca, viene collegato al contesto torinese e al mondo dei centri sociali, con riferimento all’area di Askatasuna e alle tensioni attese per il 31 gennaio.
Il punto, per chi si occupa di prevenzione e sicurezza, non è fare propaganda né alimentare polarizzazioni. È riconoscere un dato oggettivo: quando le persone percepiscono un rischio reale, si attivano. Anche in contesti controversi e conflittuali, emerge una logica tipica della sicurezza: valutazione dello scenario, misure preventive, gestione dell’emergenza, protezione individuale.
Un precedente che pesa: quando la piazza diventa zona rossa
Torino non è nuova a giornate di forte tensione. Le cronache recenti raccontano scontri in manifestazioni legate all’area Askatasuna, con agenti feriti e lanci di oggetti contro le forze dell’ordine.
È dentro questa memoria collettiva che si inserisce l’allarme su possibili nuove criticità: la prevenzione, in questo caso, viene “preparata” come se fosse una dotazione minima per affrontare una situazione percepita come pericolosa.
Il paradosso: la sicurezza è un istinto… quando la paura è concreta
Le immagini parlano chiaro: si invita a portare protezioni per occhi e vie respiratorie, acqua, materiali di primo soccorso e risorse utili a reggere ore di stress. In altre parole: un approccio da risk management.
Ma attenzione: proprio qui nasce un punto tecnico cruciale. In rete circolano spesso “rimedi” e pratiche non validate. Le indicazioni più autorevoli, in caso di esposizione a irritanti chimici, restano quelle basate su decontaminazione semplice e prudente: allontanamento, rimozione degli indumenti contaminati, lavaggi abbondanti con acqua e sapone e risciacquo degli occhi con acqua.
È la stessa logica con cui si gestisce qualunque contaminazione: ridurre l’esposizione, interrompere la fonte, lavare, chiedere assistenza sanitaria se necessario.
E nei luoghi di lavoro? I numeri ci dicono che non basta “sapere”
Se fuori dal lavoro la prevenzione nasce dalla percezione del pericolo, nei luoghi di lavoro la prevenzione dovrebbe essere un sistema: pianificato, obbligatorio, tracciato, verificato.
Eppure i dati ricordano che il problema resta enorme. La Relazione annuale INAIL sui dati 2024 indica 1.202 denunce di infortunio con esito mortale e conferma che la dinamica degli eventi mortali continua a rappresentare un’emergenza nazionale.
Parliamo inoltre di centinaia di migliaia di denunce di infortunio complessive in un anno, una massa di eventi che racconta quanto sia fragile, nella pratica, la tenuta della prevenzione.
La lezione (scomoda) per i cantieri: la sicurezza non è un’opinione, è un metodo
Chi lavora in cantiere lo sa: ogni attività è una valutazione del rischio, anche quando nessuno la chiama così. La differenza la fanno due cose:
- Se il rischio viene riconosciuto prima, con pianificazione, procedure, permessi di lavoro, coordinamento e controlli.
- Se le misure vengono applicate davvero, non solo scritte: DPI idonei, formazione reale, vigilanza operativa, gestione delle emergenze, ordine e pulizia, attrezzature a norma.
Perché gli incidenti, quasi sempre, nascono da un cortocircuito tristemente noto: “lo sapevamo, ma non l’abbiamo fatto”. La checklist c’era. Il DPI c’era. Il preposto c’era. Il piano c’era. Ma qualcuno ha dimenticato qualcosa, qualcuno ha sottovalutato, qualcuno ha accelerato.
La prevenzione è cultura, non scenografia
Il “decalogo” che gira online dice una cosa, al netto delle letture ideologiche: quando una comunità sente il rischio, prepara contromisure.
Nei cantieri, però, il rischio non è percezione: è statistica, è storia, è dolore reale.
E allora la domanda che Safety Focus lascia sul tavolo è semplice e pesante:
se perfino in un contesto di piazza qualcuno ragiona in termini di protezione e gestione dell’emergenza… com’è possibile che, nei luoghi dove la sicurezza è legge e dovere, ci sia ancora chi dimentica l’essenziale?
Perché in cantiere non serve “un kit”. Serve un sistema. Serve leadership. Serve prevenzione praticata ogni giorno. E serve ricordare che la vera battaglia, quella che conta, è una sola: tornare a casa vivi.
Safety Focus – Anno XII – Numero 2 – 26 gennaio 2026



