Dolce Cilento, la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano che trasforma una tragedia del lavoro in memoria

di Maria Carmela Bonelli

Ci sono vicende che la cronaca racconta in poche righe. Un nome, un luogo, un incidente, una morte. Poi il flusso delle notizie prosegue e il rischio è che tutto venga assorbito dal rumore quotidiano, senza lasciare abbastanza spazio al dolore, alla memoria, alla consapevolezza.

La poesia “Dolce Cilento”, scritta da Yuleisy Cruz Lezcano, nasce proprio con un intento diverso: fermare lo sguardo. Non sostituire il racconto dei fatti, ma restituire alla tragedia del lavoro una dimensione umana, corporea, intima.

Al centro del testo c’è la figura di Maria Carmela, che diventa simbolo di tante storie simili: donne e uomini per i quali il lavoro, luogo di fatica, dedizione e dignità, può trasformarsi improvvisamente in uno spazio di rischio estremo.

La poesia utilizza un linguaggio lirico e doloroso. Il corpo ferito, il lavoro come “miele e ferita”, il Cilento che “odorava di mandorle e cenere”, le immagini di farina, lievito, vetrine e dolci diventano elementi di una memoria che non vuole essere soltanto commemorazione, ma anche denuncia silenziosa.

Dolce Cilento

Decimata, essiccata, dissanguata,
il lavoro la divise in tante parti,
e si vide morire nel corpo, in tutto,
e tuttavia volle dire lei l’ultima sentenza.
Dal suo lillà sfogliato, cadde
su se stessa,
se ne andò quella che era,
lasciandola così,
e non temé la morte:
«morire significava forse
abbracciarsi senza paura,
aprire gli occhi e guardarsi».
Morire, a volte, è un conforto.
Morire bene non tocca a tutti.
E forse pensò:
non c’è inferno peggiore
che assistere alle esequie
del proprio desiderio,
al funerale delle passioni.
Poi i ricordi delle mani:
alba con dita di zucchero,
fattrici d’aria lei,
il Cilento odorava di mandorle e cenere,
il lavoro è stato miele e ferita.
Chiudendo gli occhi guardava ancora
le vetrine dove tremano lune glassate,
piccoli paradisi di miele e farina.
I suoi occhi che un tempo
sono stati pazienza di lievito,
guide per nastri di vaniglia,
la aiutarono a raggiungere il bagno
e come un’esiliata,
aprì la finestra sull’ultimo ponente.
Lì il vuoto le sembrò meno crudele
di quell’eternità cucita alle ustioni.

Con “Dolce Cilento”, Yuleisy Cruz Lezcano prova a dare forma poetica a una vicenda di lavoro trasformata in tragedia. La poesia rallenta il tempo della cronaca e costringe chi legge a non fermarsi al fatto, ma a entrare nella frattura che quell’evento ha prodotto.

Il testo parla del corpo, della fatica quotidiana, della dedizione e della perdita. Ma parla anche di ciò che resta dopo un incidente: il bisogno di ricordare, di comprendere, di non lasciare che la sofferenza diventi soltanto una notizia consumata in fretta.

In questo senso, la poesia diventa un atto di sensibilizzazione. Un invito a considerare ogni tragedia del lavoro non come un episodio isolato, ma come una ferita collettiva. Perché dietro ogni incidente ci sono una vita, una storia, desideri interrotti, passioni spezzate, persone che non tornano più.

La memoria, quando è autentica, non serve solo a ricordare chi non c’è più. Serve anche a cambiare lo sguardo di chi resta.

Safety Focus – Anno XII – Numero 12 – 9 giugno 2026