Intervista a William Cockburn e Vibe Westh di EU-OSHA

Intelligenza artificiale, rischi psicosociali, diritto alla disconnessione e futuro della prevenzione in Europa: sono questi i temi al centro dell’intervista che ho realizzato a Bilbao con William Cockburn, direttore esecutivo di EU-OSHA, e Vibe Westh, responsabile Prevenzione e Ricerca dell’Agenzia europea

di Mario Stigliano

Siamo al Healthy Workplaces Summit 2025, che chiude la campagna “Safe and healthy work in the digital age”. Per iniziare: perché questa campagna è così importante per il futuro della prevenzione in Europa?

William Cockburn: Questo Summit è il punto di arrivo di tre anni di lavoro su un tema centrale: la trasformazione digitale. Parliamo di piattaforme, lavoro da remoto, intelligenza artificiale, realtà virtuale… tecnologie che stanno cambiando concretamente il modo in cui organizziamo il lavoro. Il nodo è semplice ma decisivo: o mettiamo al centro salute e sicurezza, oppure la digitalizzazione diventa un fattore di rischio in più, soprattutto sul piano psicosociale.

L’AI Act europeo non è nato pensando specificamente alla salute e sicurezza sul lavoro. Dal vostro punto di vista: può bastare o serve altro?

William Cockburn: L’AI Act ha sicuramente ricadute importanti sui luoghi di lavoro. Introduce una classificazione per livelli di rischio – usi vietati, ad alto rischio, moderato, minimo – e prevede alcuni divieti espliciti molto rilevanti.
Per esempio, non si potrà utilizzare il riconoscimento delle emozioni sul luogo di lavoro. È un messaggio forte.

Detto questo, va chiarito un punto: l’AI Act è una legislazione centrata sul prodotto, non copre in modo completo l’uso dell’IA nei luoghi di lavoro. In Parlamento ci sono già richieste per un intervento più specifico sul lavoro.

Un primo passo in questa direzione è la direttiva sui lavoratori delle piattaforme, dove compaiono per la prima volta riferimenti espliciti alla trasparenza algoritmica e ai rischi legati alla gestione automatizzata delle persone.

Negli ultimi 30–40 anni abbiamo sottovalutato l’impatto della digitalizzazione su lavoro e sicurezza? Siamo in ritardo?

William Cockburn: I dati ci dicono chiaramente che la digitalizzazione è già profondamente dentro l’organizzazione del lavoro. Dall’indagine OSH Pulse emerge che fino a un lavoratore su quattro dichiara che gli strumenti digitali vengono usati per assegnare compiti, turni, orari, monitorare le prestazioni o valutarle tramite rating. Uno su quattro è tantissimo.

In alcuni Paesi, come Malta, arriviamo a un lavoratore su tre. Non è un fenomeno marginale, e non è omogeneo: dipende moltissimo dalla struttura settoriale delle economie.

E allora: come si recupera?

William Cockburn: Ci sono almeno due leve fondamentali.
La prima è avere principi chiari, come quello della persona al centro, il cosiddetto human-in-control: le tecnologie devono essere uno strumento al servizio dell’uomo, non il contrario.
La seconda è diffondere in modo massiccio le buone pratiche, come quelle premiate ai Good Practice Awards di quest’anno. Le aziende che stanno usando l’IA e la digitalizzazione per migliorare davvero salute e sicurezza possono diventare un modello per le altre.

Come viene usata, concretamente, l’IA nella gestione dei lavoratori? La dimensione salute e sicurezza è davvero considerata?

Vibe Westh: Come Agenzia abbiamo analizzato una serie di brevetti che riguardano l’uso dell’IA per la gestione delle persone. Quello che vediamo è che, quando si usa l’IA per gestire i lavoratori, la salute e sicurezza entrano in gioco solo in una parte dei casi. Molto spesso l’attenzione è concentrata quasi esclusivamente sui guadagni di efficienza e produttività.

Il messaggio della nostra campagna è esattamente l’opposto: se non si pensa a salute e sicurezza già in fase di progettazione, si perdono opportunità. Le tecnologie possono aiutare moltissimo, ma solo se questa prospettiva è integrata sin dall’inizio nei sistemi e nei processi.

In base alla vostra esperienza, che effetto hanno sistemi di people analytics e IA sul clima aziendale?

William Cockburn: Le racconto due casi nel settore automotive.
In una realtà con buone relazioni industriali e forte coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori, l’introduzione di sistemi di people analytics e IA è stata accolta positivamente, come un supporto in più alla gestione.
In un’altra realtà, con alto turnover e ampio uso di lavoro interinale, gli stessi strumenti hanno peggiorato un clima già fragile.

La sintesi è questa: queste tecnologie agiscono da acceleratore. In un ambiente sano possono migliorarlo ulteriormente. In un ambiente problematico non sono un cerotto: possono persino peggiorare la situazione.

Ancora una volta, la chiave è coinvolgere le persone – lavoratori e loro rappresentanti – nella progettazione e nell’implementazione.

Guardando avanti: quali saranno le priorità della nuova campagna europea di EU-OSHA?

Vibe Westh: La prossima campagna avrà al centro i rischi psicosociali e la salute mentale, con cinque assi principali:

  1. Mettere le basi: spiegare cosa sono i rischi psicosociali, come individuarli e come integrarli davvero nella valutazione dei rischi.
  2. Molestie, molestie sessuali e bullismo: numericamente possono essere pochi casi, ma con conseguenze gravissime, come depressione ed esclusione dal lavoro.
  3. Interazione tra rischi fisici e psicosociali: il carico fisico e la pressione mentale spesso si alimentano a vicenda, dal lavoro manuale pesante a chi trascorre ore alla scrivania.
  4. Il settore sanitario “in fiamme”: personale sotto enorme pressione, carenza di risorse, impatto fortissimo sulla salute mentale.
  5. Lavoro, salute mentale e neurodivergenza: come creare luoghi di lavoro inclusivi, in cui chi ha vissuto stress, burnout o ha una neurodivergenza possa restare e contribuire.

I giovani lavoratori saranno un focus trasversale. Vediamo che fanno più fatica ad adattarsi a modalità di lavoro “vecchie” e sono molto esposti ai problemi di salute mentale.

Come si collega questo alla digitalizzazione di cui avete parlato finora?

William Cockburn: Dai nostri dati emerge che circa un lavoratore su tre dice che lavorare in contesti altamente digitalizzati aumenta il senso di isolamento, e questo è ancora più forte tra i giovani. In molti Paesi, i disturbi di salute mentale sono ormai la prima causa di assenza di lunga durata.
È un problema che non possiamo più considerare “collaterale”: è al centro della discussione sul futuro del lavoro.

Se guardiamo alla situazione europea, siamo tutti allo stesso livello sulla sicurezza sul lavoro?

William Cockburn: No, la situazione è molto diversa da Paese a Paese. Dipende dalla composizione settoriale delle economie, ma anche dalle risorse investite in prevenzione, ricerca e ispezione.

Per questo abbiamo sviluppato l’OSH Barometer, una dashboard online che consente di confrontare i Paesi rispetto a:

  • allineamento delle strategie nazionali al quadro europeo,
  • risorse per ricerca e ispezione,
  • dati su infortuni, malattie professionali, risultati delle indagini.

I Paesi nordici hanno tradizionalmente investito molto in salute e sicurezza e nel dialogo sociale. Quel modello ha ispirato il modello europeo. Altrove le risorse sono minori, e proprio lì i nostri strumenti e le nostre linee guida risultano particolarmente utilizzati.
Possiamo parlare di convergenza in corso, ma non ancora compiuta.

La nuova campagna può aprire la strada a una direttiva europea specifica sui rischi psicosociali?

William Cockburn: È una prospettiva di cui si discute, ma la decisione spetta al legislatore. Alcuni Stati membri hanno già chiarito nella propria legislazione che i rischi psicosociali rientrano a pieno titolo nella valutazione dei rischi, definendo anche obblighi specifici per gestirli.

Il nostro ruolo, come Agenzia, è portare evidenze e una fotografia di ciò che accade. Poi saranno le istituzioni politiche a decidere se e come intervenire.

Vibe Westh: Va anche detto che, finora, i dati sui rischi psicosociali erano molto più scarsi e frammentati rispetto a quelli sugli infortuni “tradizionali”. Le recenti presidenze belga e spagnola dell’UE hanno spinto esplicitamente per una direttiva, e il tema è destinato a restare al centro dell’agenda europea nei prossimi anni.

Come direttore di una rivista specializzata, non posso che chiederle: che ruolo possono avere i media sulla salute mentale al lavoro?

William Cockburn: Lo stigma sui problemi di salute mentale è ancora un ostacolo enorme, nella società e nei luoghi di lavoro. Nelle nostre indagini chiediamo esplicitamente di questo tema e vediamo differenze enormi fra Paesi, il che dimostra che il cambiamento è possibile.

I media hanno un ruolo chiave nel far circolare buone pratiche, nel raccontare che si può parlare di salute mentale senza paura, nel mostrare esempi di aziende che affrontano apertamente questi problemi. Possono contribuire a creare un clima di fiducia invece che di vergogna o silenzio.

Se dovesse riassumere in un messaggio finale la sfida che ci attende, quale sarebbe?

William Cockburn: La digitalizzazione non è più “il futuro del lavoro”, è il presente. La vera sfida, adesso, è fare in modo che intelligenza artificiale, piattaforme e automazione non siano solo strumenti di efficienza, ma leve concrete di salute e sicurezza.

In un’Europa che metta davvero al centro le persone – e questo significa anche la loro mente, le loro emozioni, il loro benessere – la prevenzione deve diventare parte integrante del modo in cui progettiamo il lavoro, non un’aggiunta successiva.

#EUOSHASummit #EUhealthyworkplaces

Safety Focus – Anno XII – Numero 26 – 5 dicembre 2025