Il 28 aprile, Giornata Mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, la poesia “Moneta corrente” di Yuleisy Cruz Lezcano si presenta come un gesto di memoria, denuncia e responsabilità civile. I versi sono dedicati ad Antonio Caliendo, operaio di 55 anni morto mentre lavorava in un’officina ad Acerra.
di Maria Carmela Bonelli
Non si tratta soltanto di un omaggio poetico a una vita spezzata. La poesia prova a dare voce a un dolore che spesso resta sospeso, senza parole sufficienti: quello delle famiglie, dei colleghi, delle comunità colpite da una morte sul lavoro. Ogni incidente non è mai solo un fatto di cronaca. È una frattura che attraversa la società, perché dietro ogni vittima ci sono un nome, un volto, una storia, qualcuno che aspettava il suo ritorno a casa.
Il titolo, “Moneta corrente”, racchiude una verità amara: il rischio che morire lavorando diventi qualcosa di ripetuto, quasi ordinario, una tragedia che passa “di mano in mano senza rumore”. Proprio contro questa assuefazione si muovono i versi di Yuleisy Cruz Lezcano, che fermano lo sguardo sull’officina, sulla fatica, sul corpo, sul silenzio che segue l’irreparabile.
La poesia non cerca la retorica, ma il rispetto. Non urla, ma accompagna. E nel farlo ricorda che la sicurezza sul lavoro non può essere ridotta a un adempimento formale: è il confine concreto tra la vita e la sua perdita. “Moneta corrente” è dunque un invito a non normalizzare l’inaccettabile, a non lasciare che la cronaca consumi i nomi delle vittime, a restituire dignità a chi non è tornato a casa.
Moneta corrente, di Yuleisy Cruz Lezcano
Qualcosa di tutti noi
è morta con lui,
si è incrinata la lingua,
le regole grammaticali
a terra, rotte
nello sfiato tubi che cedono
sotto la pressione del silenzio.
Il respiro si fa polvere,
lo sforzo breve si è spezzato,
e l’impercettibile rantolo resta incluso
in regioni schiacciate del petto.
Morire nel lavoro è moneta corrente,
passa di mano in mano senza rumore,
un’abitudine che scivola tra la gente
come olio nero sull’asfalto.
Qualcuno guarda nel tramonto
la sua sagoma rimasta in piedi,
e dentro quella sagoma vede le vene,
il filo sottile del sangue
che tenta di uscire, uscire
da una vita
senza entrare in un’altra.
Un giglio perde le foglie
sul pavimento freddo dell’officina,
toglie i pezzi di se stesso
come fanno i giorni quando cedono.
Schiacciata la piatta ombra
dal che ferro, trattiene la memoria
e piega le ossa come lamiera.
Si muore di queste cose buie
tra gli attrezzi, si muore
come se fosse naturale,
si muore schiacciati,
nemmeno le parole della cronaca
reggono più il peso.
Safety Focus – Anno XII – Numero 11 – 28 aprile 2026



