Francesca Grosso (INAIL): “La digitalizzazione non può sostituire la centralità della persona”

Dalla sicurezza nei cantieri all’intelligenza artificiale, dalla prevenzione dello stress termico al rischio di disumanizzazione nei luoghi di lavoro: nell’intervista pubblicata sul canale YouTube su “Sicurezza Operativa”, la ricercatrice INAIL riflette sulle sfide della trasformazione digitale.

La digitalizzazione è già entrata nei luoghi di lavoro e sta cambiando processi, ruoli, modelli organizzativi e strumenti di prevenzione. Ma il nodo vero, oggi, non è soltanto tecnologico. È umano, culturale ed etico. È questo il filo conduttore dell’intervista a Francesca Grosso, ricercatrice dell’INAIL e referente nazionale delle campagne EU-OSHA, pubblicata sul canale YouTube “Sicurezza Operativa” di Mario Stigliano.

Nel corso del confronto emerge un punto preciso: la digitalizzazione non può essere letta solo in termini di efficienza, automazione o performance delle macchine. Il suo impatto investe direttamente la qualità del lavoro, il benessere delle persone, la gestione dei dati, l’organizzazione aziendale e il rapporto tra innovazione e tutela del lavoratore. La campagna europea dedicata a questo tema, spiega Grosso, ha avuto proprio il merito di mettere insieme aspetti tecnici e fattori trasversali, mostrando come il cambiamento digitale influisca non solo sugli strumenti, ma anche sulla vita concreta di chi lavora.

L’intervista di Mario Stigliano, ospitata sul canale Sicurezza Operativa, si muove lungo un crinale ormai decisivo per il mondo del lavoro: capire come usare la tecnologia senza trasformarla in una nuova forma di pressione o di controllo. In questo senso, uno dei passaggi più rilevanti riguarda l’intelligenza artificiale. Grosso sottolinea infatti che il tema non è frenare la digitalizzazione, ma governarla con criteri chiari, mantenendo sempre la persona al centro. Partecipazione e formazione diventano quindi le parole chiave: il lavoratore deve comprendere fin dall’inizio il senso della tecnologia introdotta, essere coinvolto nei processi e percepire l’innovazione come supporto, non come minaccia.

Il ragionamento si fa particolarmente concreto quando si parla di dispositivi IoT e sistemi indossabili. Nei cantieri, per esempio, strumenti in grado di monitorare temperatura corporea, battito cardiaco e condizioni ambientali potrebbero aiutare a prevenire situazioni di rischio legate allo stress termico, tema sempre più centrale nei mesi estivi. La tecnologia, in questa prospettiva, può rappresentare un alleato importante per la sicurezza. Ma perché questo avvenga, avverte Grosso, è necessario che i lavoratori siano messi nella condizione di capire che quel monitoraggio non serve a controllare la produttività, ma a proteggere la salute.

Non a caso, nel corso dell’intervista viene richiamato anche il progetto Worklimate, con cui INAIL lavora sul fronte del cambiamento climatico per supportare aziende e operatori nel monitoraggio dei picchi di caldo e nella gestione del rischio. Anche qui il messaggio resta coerente: la tecnologia funziona davvero solo quando è accompagnata da consapevolezza, fiducia e coinvolgimento. Senza questi elementi, ogni strumento rischia di essere percepito come imposizione o come ulteriore forma di pressione sul lavoratore.

Un altro passaggio centrale riguarda il rapporto tra benessere e produttività. Grosso mette in guardia da una visione che misura tutto soltanto in termini di velocità, quantità e risultato finale. Una cultura del lavoro basata esclusivamente sulla performance, osserva, finisce per impoverire il senso stesso della prevenzione. Al contrario, investire sulla qualità della vita del lavoratore, sul suo equilibrio e sulla sostenibilità del contesto organizzativo significa costruire anche le condizioni per una produzione più solida. È un cambio di prospettiva netto: non rincorrere la prestazione sacrificando la persona, ma rafforzare la persona per rendere più sano ed efficace l’intero sistema produttivo.

Il tema si allarga poi alla responsabilità di chi guida le aziende. Per i manager, la digitalizzazione non può essere ignorata né trattata come un elemento esterno. È già parte integrante del lavoro contemporaneo. La questione, allora, diventa come orientarla. E qui torna il concetto che attraversa tutta l’intervista: la centralità della persona. Anche in un contesto in cui avanzano cobot, automazioni e strumenti intelligenti, restano decisive la supervisione umana, la capacità di interpretare i dati, le relazioni e il presidio organizzativo. La tecnologia, in questa lettura, non è il fine ma uno strumento che deve restare leggibile, governabile e utile al lavoro umano.

Tra gli spunti più significativi c’è anche quello sulla trasformazione della leadership e della percezione del lavoratore. Grosso richiama infatti una linea di ricerca che analizza cosa accade quando il riferimento organizzativo non è più una persona fisica, ma un’interfaccia o un avatar che assegna compiti. È qui che la digitalizzazione tocca un punto sensibile: il rischio di disumanizzazione. Se dietro il processo non si percepisce più una presenza reale, il lavoratore può sentirsi solo, isolato, privato di un contatto essenziale. Un rischio che richiama da vicino le fragilità emerse negli anni della pandemia e che impone una riflessione profonda sul futuro delle relazioni nei luoghi di lavoro.

Nel dialogo trova spazio anche il riferimento alla normativa più recente sull’intelligenza artificiale, richiamata come strumento pensato per proteggere i dati, contrastare usi impropri e riaffermare la necessità di una responsabilità umana dietro gli algoritmi. Non basta, dunque, che la macchina funzioni. Occorre che resti chiaro chi decide, chi supervisiona, chi risponde delle scelte e chi tutela davvero la persona coinvolta nei processi di lavoro.

L’intervista affronta poi un altro dato strutturale del nostro tempo: l’invecchiamento della popolazione lavorativa. In un Paese come l’Italia, dove l’età media cresce e la permanenza nel lavoro si allunga, la tecnologia può aiutare a ridurre il peso delle attività più dure e usuranti. Ma il cambiamento, da solo, non basta. Serve accompagnarlo con percorsi di aggiornamento, upskilling e reskilling, per evitare che l’innovazione diventi esclusione e per garantire invece continuità, utilità e dignità professionale alle persone.

C’è poi il tema della velocità. Se in passato le transizioni tecnologiche concedevano più tempo per adattarsi, oggi il cambiamento corre a un ritmo molto più rapido. Per questo, accanto alle competenze tecniche, diventano fondamentali anche le competenze trasversali: capacità di adattamento, resilienza, ascolto, relazioni, gestione dell’incertezza. Secondo quanto emerge nell’intervista, è un passaggio che riguarda soprattutto i giovani e chiama direttamente in causa anche il rapporto tra scuola e lavoro, ancora troppo distante rispetto alle reali trasformazioni in atto.

L’intervista pubblicata su Sicurezza Operativa –consegna così una riflessione che va oltre la sola innovazione tecnica. Il punto non è scegliere tra uomo e tecnologia, ma capire come far convivere sviluppo, prevenzione e dignità del lavoro. Perché il rischio più grande non è che le macchine entrino nei processi produttivi, ma che, nel farlo, si perda di vista il valore della persona.

Safety Focus – Anno XII – Numero 10 – 20 aprile 2026