Nei cantieri si misura la civiltà di un Paese: il lavoro non può continuare a chiedere vite in cambio
di Mario Stigliano
Il 28 aprile non può essere una ricorrenza da calendario. Non può ridursi a dichiarazioni rituali, convegni o promesse destinate a svanire nel giro di poche ore. Deve essere, per le istituzioni italiane, un momento di verità. Un’occasione per guardare in faccia il Paese reale e riconoscere che, finché si continuerà a morire di lavoro, nessuna agenda politica potrà dirsi davvero all’altezza della dignità costituzionale della nostra Repubblica.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma questa affermazione perde forza e credibilità se il lavoro non viene tutelato nella sua dimensione più sacra: quella della vita. Che valore ha proclamare la centralità del lavoro, se poi accettiamo come quasi inevitabile che donne e uomini escano di casa per guadagnarsi da vivere e non vi facciano ritorno? Ogni morte sul lavoro non è soltanto una tragedia individuale o familiare: è una sconfitta pubblica, sociale e morale. È una ferita alla coscienza del Paese
I dati richiamati nel libro parlano con crudezza: nei primi otto mesi del 2025 l’Italia ha registrato 488 decessi sul lavoro, con un aumento preoccupante delle morti in itinere, passate da 171 a 186 casi. Ma questi numeri non sono statistiche astratte. Sono vite spezzate, famiglie distrutte, comunità colpite. Ogni incidente mortale sul lavoro rappresenta un tradimento dei principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica
Tra tutti i luoghi del lavoro, il cantiere resta uno dei più esposti e complessi. È lì che si intrecciano pressioni produttive, responsabilità, tempi stretti, ordini, interferenze operative. Ed è proprio lì che si misura la serietà di uno Stato, la maturità del sistema produttivo e la credibilità della politica. Nei cantieri gli errori si pagano sulla pelle delle persone. Per questo la sicurezza non può essere trattata come una formalità amministrativa, un allegato tecnico o un costo da comprimere. La sicurezza è un dovere. È un valore. È civiltà
Alle istituzioni va detto con chiarezza: non basta evocare la “cultura della sicurezza” se poi questa formula viene usata come alibi per scaricare sui lavoratori il peso finale di un sistema che troppo spesso li lascia soli. La cultura della sicurezza non nasce negli slogan, ma nelle decisioni vere. Nasce dalle priorità fissate, dalle risorse allocate, dai controlli efficaci, dalla formazione concreta e dalla capacità di creare ambienti in cui chi segnala un rischio venga ascoltato e non isolato. Se un sistema tollera il silenzio per paura, quel sistema ha già fallito
Per troppo tempo abbiamo accettato una narrazione tossica: quella secondo cui sicurezza e produzione sarebbero in conflitto. Come se proteggere la vita rallentasse il lavoro. Come se prevenire fosse un lusso. È una visione falsa e pericolosa. Un cantiere che trascura la sicurezza può sembrare più veloce per qualche giorno, ma è in realtà più fragile, più esposto, più vicino al fermo, al sequestro, al contenzioso, al danno reputazionale, al lutto. La sicurezza non è contro la produzione: è la condizione per una produzione seria, stabile e sostenibile
Serve una svolta che non sia solo normativa, ma politica e culturale. Alle istituzioni chiedo di assumere la sicurezza sul lavoro come priorità nazionale, non come tema settoriale. Chiedo che il lavoro torni al centro non nei discorsi, ma nelle scelte. Chiedo che si investa davvero in prevenzione, controllo, formazione, qualificazione della filiera, selezione di partner affidabili, monitoraggio continuo e responsabilizzazione di chi decide. La sicurezza deve entrare nei processi decisionali, nella pianificazione, nella catena degli appalti, nella leadership pubblica e privata
Le morti bianche non sono fatalità. Sono spesso il punto finale di una filiera di omissioni, sottovalutazioni, fretta, risparmi sbagliati, controlli deboli e segnali ignorati. Dietro ogni incidente grave c’è quasi sempre un sistema che non ha saputo o voluto fermarsi in tempo. Il compito delle istituzioni non è solo sanzionare dopo, ma costruire prima un ecosistema in cui la prevenzione sia reale, quotidiana e verificabile
Non possiamo più permetterci il teatro della sicurezza: procedure perfette sulla carta e rischio normalizzato nella realtà. Questo scarto tra ciò che si dichiara e ciò che si fa è una delle radici più profonde del problema. Ed è qui che le istituzioni devono intervenire con rigore e visione, premiando chi lavora bene, valorizzando i comportamenti virtuosi e rendendo la sicurezza un criterio vero di credibilità pubblica e industriale
Il 28 aprile dovrebbe costringere tutti a una domanda semplice: che idea di lavoro vogliamo difendere?
Quella che corre anche quando non dovrebbe?
Quella che sacrifica la prudenza alla fretta?
Oppure un’idea di lavoro degna della Costituzione, in cui produrre non significhi esporre, e costruire non significhi rischiare di morire?
Un lavoratore deve potersi fidare delle procedure, delle scelte del management, dell’impegno delle imprese e della presenza dello Stato. Deve sapere che la sua vita vale più di una consegna rispettata, più di un cronoprogramma, più di un appalto vinto. Questa fiducia è il vero capitale di un’organizzazione e di una democrazia matura. Senza fiducia non c’è squadra. Senza sicurezza non c’è futuro.
Ogni incidente evitato non è una statistica in meno. È una vita intera che continua. E su questo non sono più accettabili compromessi!
Safety Focus – Anno XII – Numero 10 – 20 aprile 2026



