di Maria Carmela Bonelli
Di fronte a una morte sul lavoro, il rischio più grande è sempre lo stesso: lasciare che tutto si riduca a una notizia breve, a un numero, a una statistica che scorre e scompare. Per questo la poesia “Il nord del vuoto” di Yuleisy Cruz Lezcano colpisce con una forza rara: perché interrompe il linguaggio freddo della cronaca e riporta al centro ciò che spesso viene dimenticato, cioè la persona.
La poesia è dedicata a Marco Cacchiani, 38 anni, tecnico manutentore, morto mentre lavorava su un tetto a Pieve Santo Stefano. Ma il testo non si limita a ricordare una vittima. Fa qualcosa di più difficile e più necessario: prova a dare forma al vuoto lasciato da quella perdita, trasformando il lutto privato in una domanda collettiva di responsabilità.
Fin dai primi versi, Lezcano costruisce una geografia dello smarrimento. Il corpo, l’assenza, il ricordo sembrano scomporsi e disperdersi nei luoghi del lavoro, nelle officine, nel carbone, nella polvere, negli oggetti minimi che sopravvivono all’evento tragico. È una poesia che non descrive soltanto una caduta: descrive ciò che resta dopo, il silenzio, l’interruzione, la ferita aperta nella famiglia e nella comunità.
L’immagine finale è forse la più potente: “una scarpa che indica / il nord del vuoto”. In quei versi c’è tutta la forza simbolica del testo. Non solo l’assenza di un uomo, ma l’orientamento spezzato di chi rimane. Il “nord del vuoto” non è soltanto il dolore, ma anche il punto verso cui siamo costretti a guardare quando una vita si interrompe mentre si sta semplicemente facendo il proprio lavoro.
Ed è proprio qui che la poesia smette di essere solo memoria e diventa anche atto civile.
Marco Cacchiani, come ricorda il testo che accompagna la poesia, non è un numero. È un nome, una storia, un padre, un marito, un lavoratore esperto. Questa affermazione, apparentemente semplice, è in realtà una presa di posizione netta contro una delle derive più pericolose del nostro tempo: l’assuefazione alle morti sul lavoro.
Quando gli incidenti si ripetono con frequenza, il linguaggio pubblico rischia di anestetizzarsi. Si parla di “ennesima tragedia”, di “fatalità”, di “incidente”, come se tutto fosse inevitabile. La poesia di Lezcano invece rifiuta questa neutralità. Non cerca alibi linguistici. Non addolcisce il dolore. Non permette di dimenticare.
Nel testo c’è una domanda che pesa come un’accusa morale: “Chi potrà perdonare la morte / se no sa amare come un uomo / e nemmeno piangere?” È un passaggio che chiama in causa tutti: istituzioni, imprese, sistema dei controlli, organizzazione del lavoro, cultura collettiva. Perché una morte sul lavoro non riguarda mai solo chi cade. Riguarda anche il contesto che avrebbe dovuto proteggere quella vita.
La poesia, in questo senso, diventa uno strumento di coscienza. Non sostituisce le inchieste, non sostituisce le responsabilità tecniche e giuridiche, non sostituisce la necessità di accertare cause, omissioni, procedure e controlli. Ma compie un gesto complementare e fondamentale: restituisce umanità al fatto, impedendo che la tragedia venga consumata soltanto nella velocità della cronaca.
Il messaggio che accompagna la poesia è esplicito: la sicurezza non è un dettaglio, né un costo, ma una responsabilità collettiva. Ed è forse questa la frase che meglio lega il testo poetico alla realtà quotidiana del lavoro. Ogni caduta, ogni incidente, ogni morte richiama infatti l’urgenza di una formazione vera, continua, concreta; di controlli rigorosi; di una prevenzione che non sia solo formale, ma viva nei comportamenti, nelle scelte organizzative, nella qualità della vigilanza.
In questo quadro, “Il nord del vuoto” non è soltanto una poesia commemorativa. È anche una denuncia silenziosa, un richiamo etico, una forma di resistenza contro l’indifferenza. Dove la cronaca rischia di archiviare, la poesia riapre. Dove il linguaggio tecnico tende a semplificare, la parola poetica restituisce complessità. Dove il numero cancella, il verso ricorda.
E oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno anche di questo: di parole capaci di fermare il tempo, di costringerci a guardare, di ricordarci che dietro ogni morte sul lavoro c’è una vita interrotta e una rete di affetti che continuerà a convivere con quell’assenza.
La poesia di Yuleisy Cruz Lezcano compie esattamente questo gesto. Accompagna il dolore della famiglia e della comunità, ma allo stesso tempo lo consegna a tutti noi come responsabilità. Perché il lutto, quando incontra la coscienza, può diventare memoria attiva. E la memoria attiva, in un Paese che continua a contare troppe vittime del lavoro, è già una forma di prevenzione culturale.
Marco Cacchiani non è un numero.
“Il nord del vuoto” ci chiede di non dimenticarlo.
E soprattutto ci chiede di non dimenticare che ogni vita persa sul lavoro riguarda tutti.
Il nord del vuoto (Yuleisy Cruz Lezcano)
Si è scomposto e ricomposto:
per questo non si trova lì,
dove il suolo conta i passi.
È disperso nel gneiss delle officine,
nel carbone che annerisce le ore,
in una foglia d’erba
che tiene su la volta stellare
come un ganghero minuscolo
irridente agli ingranaggi.
Non ha mai pregato
se non davanti al suo specchio interiore,
eppure il suo ultimo sguardo
sembrava un tempio
senza mura,
acceso da mille cortocircuiti
di sangue, la caduta fu
un verbo con sette sillabe,
rovesci d’aria tagliata
con aghi d’elica
che non sono riusciti a cucire
la gravità delle ferite rovesciate
sui granelli di sabbia.
Chi potrà perdonare la morte
se no sa amare come un uomo
e nemmeno piangere?
La fonte conserva nel cavo dei sassi
l’anfora della sua voce precipitata.
Rimane l’intorno: un guanto
con dentro la memoria delle dita,
una scarpa che indica
il nord del vuoto.
Safety Focus – Anno XII – Numero 8 – 28 marzo 2026



