Morire lavorando a 25 anni: quando la poesia diventa memoria civile

di Maria Carmela Bonelli

C’è una cronaca che scorre veloce: “un operaio morto”, “un altro incidente”, “un’altra vittima”. E poi c’è un gesto che si mette di traverso a quella velocità: pronunciare un nome, restituire un volto, trattenere una vita dal diventare statistica. È qui che la poesia, per Yuleisy Cruz Lezcano, smette di essere un territorio “letterario” e diventa un atto pubblico: una forma di responsabilità.

Non lo dice in termini estetici, ma civili. “Scrivere una poesia per chi è morto sul lavoro… non è un gesto letterario astratto… ma un atto necessario”, scrive la poetessa e attivista. Necessario perché, quando un giovane muore lavorando, la realtà cambia natura: non è più un fatto che riguarda “un settore” o “un’azienda”, ma una ferita sociale che chiede riconoscimento. E soprattutto perché, senza un gesto di memoria, la morte sul lavoro rischia di essere risucchiata dall’anonimato: quella che Lezcano definisce, senza giri di parole, una “morte industriale”.

Nella sua testimonianza, Lezcano insiste su un punto: non scrive “per tutti” e non scrive “in generale”. Scrive “per qualcuno”. È una dichiarazione che suona quasi controcorrente, in un’epoca in cui anche l’indignazione spesso è seriale, ripetitiva, destinata a consumarsi. Per lei, invece, il nome è “il cuore del testo”. Non un dettaglio, non un omaggio formale: una scelta politica nel senso più concreto del termine. Nominare significa restituire identità, rompere l’anonimato, sottrarre la persona alla riduzione in numero. È qui che la poesia diventa, nelle sue parole, “uno strumento di resistenza civile”: un modo per dire che quella vita “è esistita” e che la comunità non ha il diritto di archiviare.

La morte improvvisa spezza la narrazione di una vita. È un’interruzione che non si lascia “spiegare” con la lingua dei comunicati o con l’inventario dei fatti. Lezcano lo scrive chiaramente: la parola poetica non ripara il danno, non restituisce ciò che è stato tolto, ma può fare qualcosa che oggi manca spesso: creare uno spazio in cui il dolore non venga cancellato o normalizzato, bensì riconosciuto. Per descrivere questo passaggio, la poetessa richiama anche la filosofia: l’idea che il volto dell’altro chiami a una responsabilità etica (Emmanuel Levinas) e il potere del racconto nel dare senso all’esperienza umana anche quando è spezzata (Paul Ricoeur). Non per “nobilitare” il tema, ma per chiarire un punto essenziale: la parola, quando è vera, non è decorazione. È presenza.

In due anni, racconta, sono arrivate decine di messaggi e lettere dei familiari delle vittime. Non ringraziamenti di circostanza, ma parole cariche di dolore e, insieme, di gratitudine. È qui che la poesia mostra il suo lato più concreto: entra nella vita delle persone come gesto di vicinanza. Alcuni testi vengono scelti per i funerali, altri diventano epitaffi. “Quei versi non mi appartengono più”, scrive Lezcano: passano di mano, diventano parte di un rito collettivo. C’è poi un dettaglio che colpisce: l’accostamento tra poesia e volto. L’immagine di chi non c’è più — il suo viso, il suo sguardo — rompe la distanza. Non è “un morto sul lavoro”, ma una persona. E quando la poesia si mette accanto a quel volto, l’indifferenza diventa più difficile. Più scomoda. Più vera.

Questo lavoro non resta confinato a una pagina. Lezcano racconta una rete di collaborazioni con testate, radio, televisioni locali: spazi che hanno scelto di dare voce ai versi non come ornamento, ma come strumento di sensibilizzazione e denuncia. In un passaggio, la poetessa ricorda uno dei momenti per lei più significativi: la lettura di una sua poesia a Montecitorio da parte dell’attore Alessio Vasallo. Portare quei versi nel cuore delle istituzioni, scrive, ha avuto un valore simbolico: affermare che cultura e politica non sono mondi separati, e che la parola può — e deve — interrogare le responsabilità.

Il punto di arrivo, o forse di nuova partenza, è la poesia dedicata ad Andrea Cricca, “venticinque anni appena”. Qui l’urgenza si fa quasi fisica: “ho sentito arrivare la poesia prima ancora delle parole”. La morte di un ragazzo al lavoro non è soltanto una tragedia: è una frattura del tempo. Un “prima” pieno di possibilità e un “dopo” che non riesce più a ricomporsi.

La poesia che ne nasce, “Frammenti scalzi di forma”, non ricostruisce una dinamica: ricostruisce un vuoto. E lo fa con immagini che inchiodano il lettore alla scena senza trasformarla in spettacolo: “Lo trovarono là, / tra margherite bianche e gialle, / inermi come occhi spalancati.” È un incipit che non concede distanza. Il prato diventa “un lessico rotto”, la vita un gesto interrotto da “la macchina / chiudendo il gesto”. E poi, al centro, la figura della madre: non raccontata come personaggio, ma come corpo che avverte lo strappo prima ancora della notizia: “Il legame avverte sempre / quando qualcosa si spezza.” Nel finale, il verso torna a parlare ai vivi — ai coetanei, ai sogni, a quell’istinto impossibile di “correggere il finale”. E lo fa con una metafora che pesa come un pugno: “spostando le virgole del destino”, come se bastasse un segno minimo a restituire il tempo.

Il senso ultimo di questo percorso sta in una frase che sembra una consegna: “Io non posso restituire la vita a chi l’ha persa, ma posso fare una cosa: impedire che venga dimenticato.” È qui che la poesia diventa memoria civile. Non sostituisce l’inchiesta, non placa la rabbia, non assolve nessuno. Ma fa un lavoro spesso rimosso: tiene aperto lo sguardo, costringe a pronunciare i nomi, a riconoscere le vite. Ogni testo, scrive Lezcano, è una piccola veglia laica: un gesto di responsabilità collettiva. Perché finché continuiamo a chiamarle fatalità, continueranno a sembrare inevitabili. E invece no: una vita di 25 anni spezzata lavorando non è una notizia che passa. È una domanda che resta.

Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.

Yuleisy Cruz Lezcano

Safety Focus – Anno XII – Numero 4 – 9 febbraio 2026