Delega “scudo” o boomerang? Cosa rischiano davvero CEO e dirigenti dopo un infortunio in cantiere | Ivano Chiesa, Mario Stigliano

Responsabilità penale e 231: l’avv. Ivano Chiesa chiarisce rischi e conseguenze per manager e aziende.

Nella terza puntata di Sicurezza Strategica dal titolo “Sicurezza e responsabilità legale”, Mario Stigliano porta il tema più scomodo sul tavolo dei C-Level: non solo risultati e dividendi, ma responsabilità personali — civili e penali — quando accade un incidente in cantiere . A guidare l’approfondimento è l’intervento dell’avv. Ivano Chiesa, che nel dialogo smonta alcune convinzioni “rassicuranti” molto diffuse nel management: l’idea che bastino deleghe, carte e procedure per stare al riparo.

L’episodio, parte da una domanda diretta: quando c’è un incidente, i manager finiscono davvero in tribunale oppure il sistema di deleghe crea uno scudo?

E la risposta — per chi guida aziende e cantieri — non è una carezza.

“Dipende”: la dimensione dell’azienda cambia la catena, non la logica

Chiesa chiarisce subito un punto spesso frainteso: parlare di “manager” senza specificare contesto e dimensioni aziendali è fuorviante. In una multinazionale con decine di migliaia di dipendenti, esiste (ed è logico che esista) una catena di comando e deleghe che rende improbabile che il CEO sappia “cosa succede” in ogni cantiere e luogo di lavoro. In aziende più piccole, però, la catena è corta: le responsabilità risultano più prossime e più “leggibili”.

Ma attenzione al punto vero: le deleghe, nel racconto dell’avvocato, non sono una bacchetta magica che “de-responsabilizza”. Sono semmai un modo per attribuire correttamente compiti e responsabilità operative a chi è pagato per farle — e infatti “devono rispondere” le figure poste nella catena della sicurezza. Il problema, suggerisce la puntata, nasce quando la delega diventa alibi, non governo.

“La giustizia è lenta”? No: il punto è la complessità del caso

Uno dei passaggi più controcorrente riguarda i tempi della giustizia. Chiesa prova a “sfatare” l’idea-tormentone per cui la giustizia penale sarebbe sempre lenta: un incidente può essere semplice da ricostruire oppure estremamente complesso, con responsabilità da distinguere tra condotte del lavoratore, controlli mancati, difetti di costruzione di una macchina. Non esiste un cronometro standard. “Ci vuole il tempo che ci vuole”.

La puntata entra poi nel nodo più emotivo: se muore un lavoratore, i manager vanno in prigione? Chiesa ricorda la differenza che spesso l’opinione pubblica tende ad appiattire: colpa non è dolo. Nell’omicidio colposo l’evento accade per negligenza, imprudenza o imperizia, non perché “si voleva” che accadesse  Per questo — sostiene — è “difficile” che un manager finisca in galera per un omicidio colposo, anche se questo genera indignazione sociale .

Ma il punto dell’avvocato non è “tranquillizzare”. È spostare il focus: la soluzione non è la retorica del carcere, bensì un sistema che obblighi davvero le aziende a investire in sicurezza e pagare quando non lo fanno.

La leva che fa davvero paura: colpire “nelle tasche” con la 231

È qui che Chiesa alza il volume sul tema 231: secondo lui, le sanzioni più efficaci sono spesso civili e amministrative, perché le sanzioni finanziarie sono quelle che “fanno più paura ai dirigenti e soprattutto ai proprietari”. In trascrizione arriva fino a una posizione netta: aziende che superano certi limiti di non rispetto della sicurezza dovrebbero essere chiuse.

Questa linea dialoga perfettamente con quanto viene sviluppato anche nel libro di Mario Stigliano: il D.Lgs. 231/2001 può trascinare con il manager anche l’organizzazione, con multe fino a milioni di euro, interdizione dagli appalti e perfino chiusura dell’attività, se l’azienda non dimostra di aver adottato e attuato un modello organizzativo realmente idoneo e “vivo”.

La frase che inchioda i vertici: “garante” non è un titolo, è un vincolo

Nel finale dell’episodio, Stigliano riporta un concetto chiave: l’art. 2087 c.c. impone all’imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare integrità fisica e personalità morale del lavoratore; e il D.Lgs. 81/2008 traduce questo in doveri non delegabili con apparato sanzionatorio severo.

Qui arriva l’etichetta che cambia la prospettiva: il datore di lavoro, i dirigenti e i manager sono “garanti della sicurezza”. “Non si tratta di un titolo onorifico, ma di un vincolo giuridico” . Nella versione estesa del libro, il concetto viene rafforzato: non basta nominare RSPP o distribuire DPI, perché “la responsabilità resta in capo a lui. Sempre.”

E qui la puntata incrocia una delle frasi più taglienti del contributo di Chiesa nel volume: “Non basta firmare deleghe, occorre vigilare. Non basta fidarsi, occorre verificare.”

L’episodio non si chiude con il catastrofismo, ma con un invito alla consapevolezza: la responsabilità personale non è un dettaglio per specialisti, è parte del mestiere di chi guida. Il libro lo traduce in immagine concreta: “ogni scelta organizzativa… può trasformarsi… in un capo d’imputazione”, e “in quei momenti non contano più le intenzioni, ma le azioni, i documenti, le evidenze”.

Nella puntata viene citato esplicitamente che nel libro Sicurezza Strategica (disponibile su Amazon https://amzn.eu/d/dQQa65D ) l’avv. Ivano Chiesa tratta un capitolo specifico sulle responsabilità civili e penali dei manager.

Safety Focus – Anno XII – Numero 3 – 28 gennaio 2026