“L’attimo che si stacca”: quando la poesia ferma la cronaca e restituisce una vita

di Maria Carmela Bonelli

C’è un punto, nel racconto degli incidenti sul lavoro, in cui la lingua della cronaca diventa insufficiente. Resta l’elenco: luogo, ora, dinamica, soccorsi. E poi il silenzio. “L’attimo che si stacca”, poesia di Yuleisy Cruz Lezcano, nasce esattamente in quello spazio: non per spiegare, ma per sentire ciò che spesso viene schiacciato dal ritmo delle notizie—il vuoto che segue una morte.

La poetessa lo dice con nettezza, nella sua stessa dichiarazione d’intenti: “L’attimo che si stacca nasce dalla necessità di fermare, anche solo per un istante, ciò che nel lavoro quotidiano viene troppo spesso inghiottito dalla fretta della cronaca: una vita.” È una frase che suona come un atto di resistenza. Fermare l’istante, sottrarlo al consumo rapido dell’informazione, restituirgli peso umano.

La poesia è dedicata a Danilo Bergagna, morto sul lavoro nel Torinese durante un intervento legato alla gestione del verde.

Ed è proprio qui che il testo compie la sua scelta più radicale: non ricostruisce l’incidente. Non è una controinchiesta, non è un resoconto. Cruz Lezcano dichiara che l’obiettivo è un altro: “restituire il vuoto che lascia: quell’attimo che si stacca dalla continuità del tempo, quando la vita smette di appartenere al futuro e diventa silenzio.” In altre parole, non la “dinamica”, ma la frattura.

Nei versi, l’evento non irrompe in un paesaggio neutro: irrompe in mezzo a “volti piegati”, dentro una comunità di lavoro. L’aria vibra, il “fiato trema”, come se anche il corpo collettivo—quello di chi lavora accanto—percepisse in anticipo la precarietà dell’istante.

La morte, poi, non è nominata come punto finale: viene personificata. “La morte fuma, attende”. È un’immagine potente e disturbante perché sposta la tragedia dal registro dell’eccezione al registro dell’attesa: come se quel rischio, in certe condizioni, fosse già lì—non sempre visibile, ma presente.

E quando arriva, non arriva con fragore cinematografico: arriva come “un colpo secco”, come la verticalità improvvisa che “scende dal cielo”. È la forma tipica di molte morti sul lavoro: un gesto ordinario, un “giorno come tanti”, spezzato da un evento rapido, irreversibile.

Uno dei passaggi più incisivi è l’immagine delle lancette: non segnano l’ora, ma diventano un oggetto che entra e blocca. Il tempo non scorre più: viene fermato “senza avviso”. È qui che il titolo si chiarisce: l’attimo si stacca come una scheggia dalla continuità del vivere. Quel che prima era futuro (fine lavoro, ritorno a casa, progetti) diventa improvvisamente passato, e il presente si trasforma in sospensione.

Anche il lavoro, nella poesia, cambia natura: “Il lavoro resta sospeso, / materia che non protegge, / gesto che non trattiene.” È un rovesciamento amaro: ciò che dovrebbe dare struttura, dignità e sostegno—il lavoro—diventa scenario di vulnerabilità, materia incapace di proteggere.

Yuleisy Cruz Lezcano ha spesso intrecciato nella sua scrittura dimensione umana e responsabilità civile. In “L’attimo che si stacca” questa vocazione non passa attraverso l’appello o la denuncia diretta, ma attraverso un gesto letterario più difficile: dare forma al non detto, alla scia emotiva e morale che un incidente lascia dietro di sé.

In settimane in cui le cronache continuano a registrare vittime, “L’attimo che si stacca” ricorda qualcosa di essenziale: ogni incidente è anche un’interruzione del tempo di qualcuno, e un trauma che si distribuisce tra colleghi, famiglie, comunità. La poesia non sostituisce l’inchiesta, né le responsabilità. Ma fa un lavoro che spesso manca: restituisce presenza a chi rischia di diventare soltanto una riga.

E, forse, costringe a una domanda scomoda ma necessaria: quante volte, nel nostro modo di lavorare e di raccontare il lavoro, abbiamo normalizzato l’idea che quell’attimo possa “staccarsi” ancora?

L’attimo che si stacca
(di Yuleisy Cruz Lezcano)

In mezzo a questa ventata
di volti piegati, il fiato
trema come erba calpestata,
si potrebbe ritagliare
la forma della morte,
non un corpo, interruzione
nell’aria con sembianza grigia.
La morte fuma, attende
che il giorno perda consistenza
e guarda un nome che galleggia,
un fantasma sopra il rumore
spezzato dei rami.
Due occhi fissi scivolano
e già fuori,
si estraggono le vene
per non restare impigliati.
Le pupille riflettono
un colpo secco e dimenticano,
la verticale improvvisa dal cielo.
Si ricompone la fitta caduta
nel punto esatto dello sguardo,
sulle lancette che entrano nella vita
e la fermano senza avviso.
Il lavoro resta sospeso,
materia che non protegge,
gesto che non trattiene.
La morte aspira piano,
conserva il fumo tra i denti,
mentre assapora il silenzio che cresce.

Safety Focus – Anno XII – Numero 3 – 28 gennaio 2026